Sulle tracce dei Grimm: prima parte

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E’ domenica e ci tuffiamo di nuovo sulle strade tedesche; per essere più rapidi, optiamo per la colazione all’autogrill. Una fila di croissant appena sfornati è decisamente invitante: ne scelgo uno al marzapane (qui si trovano ovunque, e sono ottimi), mentre Paolo indica alla commessa quello accanto al mio senza nemmeno leggere la didascalia (crema o marmellata è lo stesso). Peccato che al primo morso il croissant si riveli ripieno di…prosciutto e mozzarella!

Dopo l’ottima colazione tedesca, ripartiamo alla volta di Hamelin, la città del pifferaio magico. Inutile dire che i riferimenti alla leggenda si notano fin dal cartello che segnala l’ingresso in città, su cui sono raffigurate le immagini stilizzate di un uomo che suona il flauto e di due ratti. Le vie del centro sono collegate in un ideale percorso di visita, segnalato da una fila di topolini bianchi dipinti sull’asfalto, anche se ormai le figure appaiono non di rado sbiadite e consunte. Per comodità, decidiamo di seguire anche noi il percorso dei ratti. Se escludiamo un paio di gruppi organizzati, con guida in tedesco, la cittadina appare deserta: non si incontra anima viva, almeno fino alle 11, quando una parata di figuranti, con bambini in costume da topi e adulti in abiti medievali attraversa le vie seguendo il pifferaio, interpretato da una ragazza.

Sciocchezze ad uso dei turisti? Certo. Ma la cittadina, miracolosamente scampata alle devastazioni della guerra, è davvero graziosa. Case a graticcio riccamente decorate, a volte anche molto antiche, si alternano ad altre costruite nello stile rinascimentale del Nord, e dispiace solo di non poter sostare nella piazza, che in questi giorni è un cantiere pieno di scavatrici all’opera…

Marburg

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Tra le località non lontane da Göttingen, la nostra guida consiglia caldamente la cittadina universitaria di Marburg. Ci arriviamo in un paio d’ore, attraversando un paesaggio fatto di colline verdeggianti, magari con paesini abbarbicati in cima, e con le immancabili pale eoliche.

La parte più antica della città, dominata dal castello, si trova quasi tutta in cima ad una collina (la si può raggiungere in ascensore). In basso, però, si può visitare la chiesa di Santa Elisabetta, risalente al XIII sec. e, pare, prima chiesa in puro stile gotico della Germania.

La facciata, piuttosto spoglia (solo il portale è decorato da sculture), è dominata dalle alte torri, che svettano maestose; l’interno però, come nel caso del duomo di Colonia, appare più piccolo di quel che ci si aspetta. Lo si può quasi abbracciare con uno sguardo stando sulla porta d’ingresso.

Di certo non sfugge la biglietteria: ingresso 2,50 euro, ne varrà la pena? E, per di più, il bigliettaio non parla inglese. Entriamo, e la decisione si rivela buona: vi sono conservati un antico reliquiario risalente al 1240 circa, finemente lavorato (che in origine conteneva le ossa della santa), e vari altari lignei; anche le vetrate del coro sono quelle originali, romaniche e gotiche.

Saliti con l’ascensore alla città vecchia, ci troviamo di colpo in un turbinio di folla: casualmente, siamo capitati nel bel mezzo della festa cittadina che si tiene ogni anno il primo fine settimana di luglio. Le strade sono piene di gente, bancarelle e chioschi; di fronte al municipio c’è un palco su cui si stanno esibendo gruppi musicali. Nelle numerose birrerie è difficile trovare un tavolo libero.

Gironzoliamo liberamente per il centro e, dopo pranzo, ci arrampichiamo per le scale che portano al castello, sede di un deludente museo sulla storia cittadina (in parte chiuso per ristrutturazione e nel complesso piuttosto noioso). Meglio fermarsi ad ammirare il panorama dall’alto, e poi rituffasi nelle stradine gremite, con un occhio rivolto alle antiche case a graticcio e uno…alle bancarelle

Colonia

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Approfittiamo della domenica per fare una gita a Colonia; meta obbligata, ovviamente, il duomo. Arriviamo piuttosto tardi, mezzogiorno passato, ma qui è ancora ora di messa: appena entrati, ci imbattiamo in un cartello, posizionato all’altezza dell’ultima fila di banchi, che riporta in varie lingue la scritta “Ufficio divino, vietato entrare”. Accanto, due tizi che indossano una lunga tonaca rossa con bordature nere tengono a bada i turisti importuni. I quali, del resto, pare proprio non vogliano saperne di uscire, infatti continuano, dal fondo, a scattare fotografie.

Li imito, approfittando del fatto che le navate laterali sono vuote e tranquille e non rischio di inquadrare altri visitatori; quindi usciamo, per osservare la struttura dall’esterno, che appare carica di sculture: santi e demoni (gargoyles dalle forme più varie), cuspidi decorate come giganteschi merletti di pietra, statue corrose dal tempo accanto ad una datata 1887, sculture candide accanto ad altre nere (di smog?).

Intanto la piazza è sempre più affollata: altri turisti? No, si tratta dei manifestanti del gay pride in corteo, armati di tamburi con cui generano un’allegra confusione. E siamo solo all’inizio! Nel pomeriggio, carri simili a quelli del carnevale sfileranno lungo le vie principali, fra ali di folla stretta sui marciapiedi.

La messa termina e possiamo rientrare in duomo: a sorpresa, l’interno è più piccolo e misurato di quello che fa presagire la maestosa facciata. La mia attenzione è attratta soprattutto dalle coloratissime vetrate, con scene sacre ma non solo (su una campeggia un albero genealogico).

Pranziamo in un locale tipico, con il solito metodo del ”proviamo ad ordinare e vediamo cosa ci portano”, poi rapida visita al museo romano germanico, dov’è conservato il mosaico di Dioniso, un pavimento risalente all’epoca romana con decorazioni geometriche che fanno da cornice a piccole scene con uomini e baccanti. Quindi torniamo alla macchina, un po’ mescolandoci alla folla allegra del gay pride, un po’ cercando di evitare la sfilata dei carri, soprattutto quello con a bordo un gruppo di ragazzi che spruzzano acqua con pistole giocattolo…

Göttingen: la Gänseliesel

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Primo giorno a Göttingen e già ci imbattiamo in una locale tradizione studentesca: il bacio, da parte di una studentessa neolaureata, alla Gänseliesel (ragazza dell’oca ), graziosa scultura che orna la fontana nel centro e simbolo della città (la si vede riprodotta un po’ dovunque: sul cartello autostradale che segnala l’arrivo a Göttingen, in miniatura in qualche vetrina e perfino sulle torte della -favolosa- cioccolateria Cron und Lanz). Proprio la mattina, un amico ci ha spiegato che è consuetudine, subito dopo aver conseguito il dottorato, arrampicarsi sulla fontana (cosa agevole d’estate, ma non necessariamente in inverno, quando c’è ghiaccio) per baciare la figura sulla guancia. E’ sera, stiamo bevendo una birra in un bar del centro ed ecco che vediamo arrivare una ragazza su una sorta di carretto, decorato con fogli pieni di dati e grafici (tratti dalla sua tesi?) e trainato da 2 amici. Il carretto gira attorno alla fontana, quindi si ferma davanti alla Gänseliesel; la ragazza scende e, dopo un brindisi e le foto di rito, si arrampica sulla fontana con in mano un mazzo di fiori, che infila sotto il braccio della statua; quindi, datole il bacio, scende.
Sulla fontana, del resto, i fiori sembrano non mancare mai e i mazzi sono piccoli ma numerosi: altri dottorati? O “la ragazza più baciata della Germania” è sempre coperta di fiori?

Pordenone -Göttingen : una giornata sulle autostrade dell’Europa centrale

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1 luglio 2010: partenza ore 8.00, su un’automobile carica come se dovessimo trasferirci definitivamente, in Germania, anziché fermarci 2 mesi. Guido quasi fino al confine con l’Austria, poi ci fermiamo all’autogrill per comprare le famose vignette che sostituiscono il pedaggio autostradale e Paolo mi dà il cambio.

In Austria si viaggia lenti, il limite è spesso di 100 km all’ora. In Germania invece le autostrade sono gratuite e i limiti, con l’eccezione di alcuni tratti, non ci sono. Ricorrono al loro posto lugubri pubblicità progresso che mostrano, su un fondo nero, una bambina disperata con in mano la foto dei genitori morti, si intuisce, in un incidente stradale (oppure una mamma con bimbo di pochi mesi, e la foto del marito deceduto); le immagini sono accompagnate da una breve frase che non capisco ma non appare indispensabile. In compenso, ogni tanto si vedono sfrecciare in terza corsia bolidi che spariscono rapidi all’orizzonte.

Attraversiamo un paesaggio verdeggiante e punteggiato di pale eoliche. Le piazzole di sosta, frequenti lungo le autostrade tedesche, sono schermate da una fila di alberi, e così gli autogrill, discosti dall’autostrada (e infatti i primi due, ben nascosti dal verde, li individuiamo solo dopo averli superati e, con lo stomaco che brontola, attendiamo di arrivare al successivo…).

Si percepisce il clima legato ai Mondiali di Calcio: molte auto espongono bandierine tedesche, tendenza, questa, ulteriormente aumentata dopo la bella vittoria contro l’Argentina.

Alle 20.30 finalmente eccoci alla meta: la guesthouse del Max Planck Institute di Gottingen, in una zona verdeggiante un po’ fuori città, dove l’aria profuma di tigli. Da domani, Paolo è atteso al lavoro; per me invece, inizia una bella vacanza.

Humus Park: Come trasformare un prato in un drago

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Tra le opere di Humus Park, questa è indubbiamente la mia preferita. Gli artisti sudafricani Anna C. Janse Snyman e Petrus C. Janse van Rensburg  sollevano una zolla di terra ( mi chiedo come abbiano fatto!), vi infilano rami di varie lunghezze, sagomano la parte anteriore a  formare un muso ed ecco che, improvvisamente, un angolo di prato prende vita assumendo la forma di un istrice gigantesco, o, forse di un drago con la schiena irta di aculei. Stavolta, non c’è un titolo a dare una chiave di lettura univoca, ma l’animale è lì…ad attendere i visitatori. Non potevo rinunciare a disegnarlo!

Humus Park: L’Albero

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Un po’ di tempo libero, e…rieccomi all’opera al parco del Museo Archeologico, a ritrarre le installazioni di Humus Park.  In questo disegno, l’opera di Vincenzo Sponga e Gabriele Meneguzzi, intitolata L’Albero. Ok, forse la parte che mi è riuscita meglio è il tronco…

Flusso

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Flusso è il titolo dell’opera realizzata dagli artisti Henry DeFauw (USA) e Monica Martinez  (Messico) ricoprendo un terreno irregolare di bastoncini di legno,  a simulare un flusso diretto verso la pozza d’acqua effettivamente presente nella conca in basso. Dal vero, molto suggestiva. Peccato che l’erba stia già crescendo negli interstizi fra un bastone e l’altro…

Humus Park: l’Albero Caduto Continua a Cescere

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Per “catturare” le opere di Humus Park, la matita inizia a sembrarmi lo strumento più adatto ed efficace…di certo anche a causa della mia scarsa esperienza come fotografa!

Il proposito, per ora, è di ritrarre almeno le mie opere preferite, e sicuramente questa rientra nel numero. Creata dagli artisti francesi Gilles Bruni e Galaad Prigent, collegando fra loro alberi diversi e collocando ramaglie ai piedi del primo a simulare radici divelte, si intitola  Seguendo sul terreno l’albero caduto: continua a crescere ed è, a mio avviso, una delle più originali e simpatiche dell’intera mostra.

Shodo: fra Spirituals e Sigilli

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Rieccoci, dopo 2 mesi, nei locali parrocchiali di San Nicola: li ricordavamo freddi, ora si soffoca per il caldo. Erano silenziosi, ma dalla stanza accanto provengono ora le note ripetute di uno spiritual, che ci accompagna per l’intera mattinata.

Le defezioni estive non sono ancora iniziate, e intorno al tavolo ci siamo tutti. La maeastra ci ha persino portato delle caramelle: direttamente dal Giappone, al gusto esotico di fagioli rossi (azuki).

Lavoriamo sui 12 segni dello zodiaco orientale, o meglio, nel mio caso sui primi 4.

E intanto, intorno al grande tavolo ovale, affiora una nuova tematica: i sigilli con cui, come da tradizione, ogni calligrafo contrassegna le proprie opere C’è chi ne ha già acquistati di bellissimi, con la parte superiore lavorata, e inizia a chiedersi cosa  inciderà in quella inferiore. Quali caratteri scegliere per un nome d’arte?

Sigilli? Nomi d’arte? Per me è prematuro…eppure un intero ideogramma corretto mi riesce, nel pomeriggio, e la maestra lo contrassegna allegramente con una bella spirale.

Mentre scriviamo, veniamo fotografati. “Purchè non finiamo su internet!” scherza qualcuno.

“Siete già nel mio blog” confessa la maestra. “Per far vedere alle mie amiche giapponesi quanto sono bravi i miei studenti italiani”. Qualcuno in Giappone sta guardando una mia foto? Sono perplessa…