Humus Park: Come trasformare un prato in un drago

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Tra le opere di Humus Park, questa è indubbiamente la mia preferita. Gli artisti sudafricani Anna C. Janse Snyman e Petrus C. Janse van Rensburg  sollevano una zolla di terra ( mi chiedo come abbiano fatto!), vi infilano rami di varie lunghezze, sagomano la parte anteriore a  formare un muso ed ecco che, improvvisamente, un angolo di prato prende vita assumendo la forma di un istrice gigantesco, o, forse di un drago con la schiena irta di aculei. Stavolta, non c’è un titolo a dare una chiave di lettura univoca, ma l’animale è lì…ad attendere i visitatori. Non potevo rinunciare a disegnarlo!

Humus Park: L’Albero

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Un po’ di tempo libero, e…rieccomi all’opera al parco del Museo Archeologico, a ritrarre le installazioni di Humus Park.  In questo disegno, l’opera di Vincenzo Sponga e Gabriele Meneguzzi, intitolata L’Albero. Ok, forse la parte che mi è riuscita meglio è il tronco…

Flusso

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Flusso è il titolo dell’opera realizzata dagli artisti Henry DeFauw (USA) e Monica Martinez  (Messico) ricoprendo un terreno irregolare di bastoncini di legno,  a simulare un flusso diretto verso la pozza d’acqua effettivamente presente nella conca in basso. Dal vero, molto suggestiva. Peccato che l’erba stia già crescendo negli interstizi fra un bastone e l’altro…

Humus Park: l’Albero Caduto Continua a Cescere

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Per “catturare” le opere di Humus Park, la matita inizia a sembrarmi lo strumento più adatto ed efficace…di certo anche a causa della mia scarsa esperienza come fotografa!

Il proposito, per ora, è di ritrarre almeno le mie opere preferite, e sicuramente questa rientra nel numero. Creata dagli artisti francesi Gilles Bruni e Galaad Prigent, collegando fra loro alberi diversi e collocando ramaglie ai piedi del primo a simulare radici divelte, si intitola  Seguendo sul terreno l’albero caduto: continua a crescere ed è, a mio avviso, una delle più originali e simpatiche dell’intera mostra.

HUMUS PARK 2010

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Tra le manifestazioni più interessanti organizzate nella città di Pordenone c’è Humus Park, una biennale (almeno nei buoni propositi) della Land Art giunta quest’anno alla seconda edizione. Artisti provenienti da tutto il mondo vengono invitati ad interpretare uno spazio naturale presente in città (il parco del seminario nel 2008, quello del museo archeologico nel maggio di quest’anno). I lavori si protraggono per una settimana, nella quale è comunque consentito l’accesso ai visitatori: per questo ho deciso di “vivere” Humus Park il più possibile, aggirandomi più volte fra gli artisti al lavoro, ad osservare, a rubare qualche fotografia e…addirittura a farmi offrire una fragola dai ragazzi dell’istituto d’arte, che quest’anno partecipano, come artisti a tutti gli effetti, con 3 opere.
Sono sempre più curiosa di vedere i lavori nella loro forma definitiva, e l’impazienza mi induce, sabato 22 maggio, a trascinare il mio compagno all’inaugurazione: ci ritroviamo, fra la folla, nel bel mezzo di un evento mondano, con conferenza (evitata) e, addirittura, ricco buffet.

Se da un lato è bello incontrare amici che non si vedono da mesi, dall’altro l’atmosfera non è certo la più adatta per entrare in sintonia con le opere…e tantomeno per fotografarle senza che un drappello di visitatori finisca nell’inquadratura! Ripensando con nostalgia a quando c’eravamo quasi solo io e gli artisti (magari con le fragole), programmo una seconda visita mentre attraverso i ponticelli e percorro le viuzze del parco. Che è splendido di per sé e che, pur abitando a poca distanza, non conoscevo: è un intrecciarsi di terra e rivoli d’acqua, perché la zona è quella delle risorgive. Ed è molto probabilmente questo aspetto del territorio che hanno voluto sottolineare gli artisti norvegesi: poggiando sassi sul terreno o facendo affiorare leggermente segmenti di canne, hanno disegnato curve e serpentine, simbolici ruscelli, che conducono a strutture verticali fatte di foglie fissate ad un bastone; un’opera che attraversa il parco, a tratti così minimale da (rischiare di) essere calpestata, eppure a mio avviso così emozionante!

Ma l’opera che ha maggiormente colpito me e Paolo è quella, senza titolo, realizzata da due artisti sudafricani, che sollevando una grossa zolla di terra l’hanno trasformata in una sorta di drago, dalla schiena irta di punte ma dal muso bonario.

Curioso anche il lavoro di artisti francesi, che collegando l’una all’altra varie piante e simulando con rami e terra radici divelte, hanno “creato” un albero che, pur sradicato, continua a crescere.
Nel complesso, un’edizione ricca e, a mio avviso, più coinvolgente di quella svoltasi nel 2008 nel parco del seminario.

Humus Park 2009

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humusblog2humusblog3These pictures are from the exibition Humus Park. It shows photos of the international land art meeting  that took place in Pordenone last year, but there are also some new works too.

Humus Park

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humusblog29 Aprile, ore 17.45: mi trovo all’Auditorium della regione per la presentazione del libro Humus Park, volume fotografico sull’omonima manifestazione internazionale di Land Art svoltasi l’anno scorso al Parco del Seminario di Pordenone. Nonostante sia ormai l’ora d’inizio, la sala è drammaticamente vuota: complice il tempo pessimo, in platea siamo in 4; vanno aggiunti gli organizzatori, che entrano ed escono pr sistemare gli ultimi dettagli.

Poco a poco, la gente inizia ad affluire: evidentemente tutti contavano sul proverbiale “quarto d’ora accademico”. La metà circa delle poltrone disponibili viene occupata. In compenso, manca ancora uno dei relatori: alle 18.05 il Sindaco ci informa che il prof. Riccardo Caldura, docente di Fenomenologia dell’Arte Contemporanea all’Accademia di Belle Arti di Venezia, si trova su un treno bloccato a Fontanafredda causa maltempo…Le FS non deludono mai.

Mentre mi chiedo: “ma cosa ci faccio io qui?”, la conferenza inizia comunque, con i saluti del sindaco e i ringraziamenti di rito, per fortuna di breve durata.

Prende poi la parola il prof. Guido Cecere, docente di Fotografia all’Accademia di Belle Arti di Venezia e autore delle foto che compongono il volume, realizzate con la collaborazione di 5 allievi (non ancora presenti, in quanto anche loro bloccati sul treno). Incaricato di documentare l’intera operazione, il prof Cecere spiega quali criteri sono stati adottati:

  • innanzitutto, documentare il luogo nel suo stato naturale: come si presenta abitualmente il Parco del Seminario? Nei primi momenti, infatti, gli artisti cercano, innanzitutto, il luogo adatto per la loro opera.

  • Non essere invadenti, e non realizzare fotografie in posa.

  • Lavorare sul dettaglio (molte immagini mostrano mani che intrecciano, misurano, ecc.), ma anche fotografare da lontano quelle opere altrimenti troppo grandi per essere percepite nelle loro interezza e dare una visuale nuova e diversa, che non poteva essere percepita da chi passeggiava nel parco.

  • Mostrare anche i momenti non ufficiali, che testimoniano comunque l’atmosfera che si era venuta a creare.

Prende quindi la parola il prof. Caldura, finalmente sopraggiunto alle ore 18.15, che parla della Land Art (e dell’arte in generale) come di un processo di evidenziazione, che ci permette di osservare aspetti del territorio già presenti, ma per noi “invisibili”. L’artista, attraverso il suo intervento, evidenzia una potenzialità di forma che non vedevamo e di cui non sentivamo nemmeno la mancanza. In questo caso la fotografia, oltre a costituire un’importante documentazione di opere temporanee, destinate dunque a non lasciare altre tracce, è un raddoppiare il segno, il gesto dell’artista, che rafforza il processo citato.

L’intervento conclusivo è quello di Gabriele Meneguzzi e del collega Vincenzo Sponga, coorganizzatori di Humus Park e unici artisti italiani a partecipare alla manifestazione. Meneguzzi commenta con una battuta l’intervento di Caldura,   dichiarandosi incantato da quanto siamo riusciti a fare senza saperlo;  ribadisce quindi brevemente un aspetto della sua poetica: il senso di libertà dato dall’impossibilità di un possesso delle proprie opere.

Alle 18.45 circa il sindaco invita a trasferirci tutti nella sede espositiva. Ma per ragioni di tempo rinvio la mia visita, quindi, questo è tutto, per oggi.