Per le mamme italiane che volessero raccontare la storia di Sofia e Serena, pubblico la “versione originale” in italiano e dialetto cordenonese (alcune filastrocche in rima…con traduzione, ovviamente!), come me la raccontava il nonno.
C’era una volta una ragazza di nome Serena.
Aveva perso entrambi i genitori e viveva con la matrigna, che il padre aveva sposato in seconde nozze poco prima di morire, e una sorellastra, Sofia. Serena era bella e dolce, ma la matrigna la maltrattava: la costringeva a svolgere da sola la maggior parte delle faccende domestiche.Al contrario, viziava Sofia, la sua brutta figlia, che diventava ogni giorno più arrogante e maleducata.
Una sera d’inverno le tre donne si dimenticarono di alimentare il fuoco del caminetto e lo lasciarono spegnere del tutto; per riaccenderlo, servivano delle braci da ravvivare. Non appena se ne accorse, la matrigna ordinò a Serena:
“Vai dalle gatte e fatti dare delle braci!”
Nella casa accanto abitava, infatti, una famiglia di gatti. Serena bussò alla loro porta.
“Avanti!” Le risposero. La ragazza entrò in un’ampia stanza, illuminata e riscaldata dal fuoco del caminetto. Le gatte erano impegnate a filare la lana. Rivolgendosi loro con molta gentilezza, Serena chiese:
“Bielis giatis
cun che bielis satis
che lavorat cussì benon
(belle gatte
con quelle belle zampe
che lavorate così bene)
potreste darmi delle braci per accendere il fuoco, per favore?”
“Dovresti parlare con il gattone: è di sopra, sali pure!” Risposero.
La ragazza trovò il gattone intento a ravvivare il fuoco. Anche con lui fu molto gentile, infatti gli disse:
“Biel giaton
cun chel biel saton
che te lavoris cussì benon
(bel gattone
con quella bella zampona
che lavori così bene)
potresti darmi delle braci per accendere il fuoco?”
Il gattone, colpito dalla gentilezza di Serena, raccolse per lei le braci più grosse e, mentre gliele consegnava, disse:
“Quando sarai a metà delle scale, guarda in su!”
La ragazza scese fino al pianerottolo, poi alzò la testa e, dall’alto, il gattone lasciò cadere una stella d’oro che andò a posarsi proprio sulla sua fronte e lì rimase. Quando la vide rincasare con quello splendido gioiello, Sofia si sentì rodere dall’invidia.
“Domani ci andrò io, a chiedere le braci alle gatte, così daranno una stella d’oro anche a me!” Decise.
Ma Sofia non era affatto gentile ed educata come la sorellastra. La sera seguente si recò dalle gatte, entrò senza bussare e si rivolse loro dicendo:
“Brutis giatatis
cun che brutis satatis
che lavorat cussì malamentron
(brutte gattacce
con quelle brutte zampacce
che lavorate così male)
datemi delle braci per accendere il fuoco!”
“Va’ di sopra dal gattone!” Risposero infuriate le bestiole. Con lui, la ragazza fu altrettanto scortese:
“Brut giaton
cun chel brut saton
che te lavoris cussì malamentron
(brutto gattone
con quella brutta zampona
che lavori così male)
dammi delle braci per accendere il fuoco!”
Il gattone andò su tutte le furie. Raccolse delle braci dal fuoco, ma prima di darle a Sofia le spense del tutto, buttandoci sopra dell’acqua.
Poi chiamò le gatte che, ancora arrabbiate con la ragazza, la graffiarono dappertutto.
“Quando sarai a metà delle scale, guarda in su!”
La ragazza ubbidì, speranzosa, ma il gattone le rovesciò addosso un vaso da notte pieno di pipì.
Sofia arrivò a casa in lacrime.
“Povera figlia mia, come ti hanno ridotto!” Esclamò la madre e mandò Serena a scaldare l’acqua per prepararle un bel bagno nella stalla che, grazie al fiato della mucca, era la stanza più calda della casa.
Giunse la primavera e quindi il momento di portare la mucca al pascolo. Le ragazze svolgevano questo compito un giorno ciascuna. Una volta, durante il turno di Serena, passò un vecchietto, che le chiese:
“Per favore, potresti togliermi i pidocchi?”
“Mi dispiace, ma non posso perdere d’occhio la mia mucca.”
“Alla mucca posso badare io.” Rispose il vecchio.
Serena acconsentì e iniziò subito a cercare i pidocchi fra i capelli dell’uomo. In realtà il vecchio era Gesù, venuto a metterla alla prova, e la sua stessa presenza fu sufficiente a far stare la mucca tranquilla per tutta la giornata.
L’indomani fu il turno di Sofia. Il vecchietto si ripresentò e chiese anche a lei:
“Per favore, potresti togliermi i pidocchi?”
“Ma non vede che sto lavorando?! Devo badare alla mia mucca, io!” Rispose la ragazza, con la solita maleducazione.
“Alla mucca posso pensare io.” Insistette il vecchio. Ma Sofia lo scacciò dicendo:
“Se ne vada, che i suoi pidocchi mi fanno schifo!”
L’uomo si allontanò, ma la mucca iniziò a correre e a saltare attraverso i prati e non ci fu modo di fermerla. Alla sera si diresse da sola verso il paese, mentre Sofia tentava invano di raggiungerla, e tornò spontaneamente nella stalla, ma non voleva lasciarsi legare. Per calmarla, fu necessario chiamare Serena.
Un giorno, alle due ragazze si presentò un’opportunità straordinaria: il principe del regno cercava moglie e aveva deciso di invitare tutte le giovani donne non ancora sposate ad un grande ballo a corte. In tutto il Paese fervevano i preparativi e anche Sofia e Serena attendevano la festa con impazienza. Finalmente giunse il gran giorno. Sofia era elegantissima, ma il principe non la degnò di uno sguardo; notò invece la bellezza di Serena e, nonostante la presenza di molte ragazze attraenti, ballò con lei per tutta la sera. Se ne era innamorato non appena l’aveva vista e volle fissare subito la data del matrimonio.
La matrigna acconsentì fingendo di esserne felice, ma dentro di sè provava solo rabbia: voleva che fosse sua figlia, non la figliastra, a salire sul trono. Da quel momento, non fece che pensare notte e giorno a come ingannare il principe, finchè le venne un’idea.
La mattina del giorno fissato per le nozze la matrigna chiamò Serena con una scusa e, all’improvviso, la gettò con una spinta nello sgabuzzino e chiuse la porta a chiave. Poi fece indossare a Sofia un vestito da sposa e la coprì di veli, in modo che il suo aspetto si potesse a fatica intravedere attraverso i pizzi ed il tulle. Quando il principe andò a prendere la fidanzata, fu Sofia ad andargli incontro. Mentre la accompagnava alla carrozza, però, il giovane notò qualcosa di strano.
“Ti vedo diversa, stamattina…”
“Forse è perchè sono molto pallida…Sai, stanotte non sono riuscita a chiudere occhio, ero così emozionata!” Rispose Sofia.
Rassicurato, il principe la accompagnò fino alla carrozza, ma all’improvviso sentì una voce che cantava:
“Passera passeruta va’ via dal gno panis!
La fia de me madrigna ‘a va via cul gno nuvis!”
(Passero passerotto va’ via dal mio cibo!
La figlia della mia matrigna va via con il mio fidanzato!)
Era Serena che, rinchiusa nello sgabuzzino, tentava disperatamente di attirare l’attenzione, prima che fosse troppo tardi.
“C’è qualcuno che canta…” Osservò il principe.
“Io non sento niente.” Mentì Sofia. “Partiamo, altrimenti arriveremo in ritardo!”
Ma il principe ormai si era insospettito: tornò in casa, verso la stanza da cui proveniva la voce. Trovò la porta chiusa, ma la buttò giù facilmente con un calcio e potè abbracciare la sua Serena.
Venne celebrato uno splendido matrimonio…
e an fat un pastin e un paston
e a mi che l’hai contada niancia un bocon
e ‘a me an trat un uos ta la schena
c’a è tutta nuot che se remena.
(e hanno fatto un grande pranzo
e a me che l’ho raccontata neanche un boccone
e mi hanno tirato un osso sulla schiena
che è tutta la notte che mi fa male.)