HUMUS PARK 2010

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Tra le manifestazioni più interessanti organizzate nella città di Pordenone c’è Humus Park, una biennale (almeno nei buoni propositi) della Land Art giunta quest’anno alla seconda edizione. Artisti provenienti da tutto il mondo vengono invitati ad interpretare uno spazio naturale presente in città (il parco del seminario nel 2008, quello del museo archeologico nel maggio di quest’anno). I lavori si protraggono per una settimana, nella quale è comunque consentito l’accesso ai visitatori: per questo ho deciso di “vivere” Humus Park il più possibile, aggirandomi più volte fra gli artisti al lavoro, ad osservare, a rubare qualche fotografia e…addirittura a farmi offrire una fragola dai ragazzi dell’istituto d’arte, che quest’anno partecipano, come artisti a tutti gli effetti, con 3 opere.
Sono sempre più curiosa di vedere i lavori nella loro forma definitiva, e l’impazienza mi induce, sabato 22 maggio, a trascinare il mio compagno all’inaugurazione: ci ritroviamo, fra la folla, nel bel mezzo di un evento mondano, con conferenza (evitata) e, addirittura, ricco buffet.

Se da un lato è bello incontrare amici che non si vedono da mesi, dall’altro l’atmosfera non è certo la più adatta per entrare in sintonia con le opere…e tantomeno per fotografarle senza che un drappello di visitatori finisca nell’inquadratura! Ripensando con nostalgia a quando c’eravamo quasi solo io e gli artisti (magari con le fragole), programmo una seconda visita mentre attraverso i ponticelli e percorro le viuzze del parco. Che è splendido di per sé e che, pur abitando a poca distanza, non conoscevo: è un intrecciarsi di terra e rivoli d’acqua, perché la zona è quella delle risorgive. Ed è molto probabilmente questo aspetto del territorio che hanno voluto sottolineare gli artisti norvegesi: poggiando sassi sul terreno o facendo affiorare leggermente segmenti di canne, hanno disegnato curve e serpentine, simbolici ruscelli, che conducono a strutture verticali fatte di foglie fissate ad un bastone; un’opera che attraversa il parco, a tratti così minimale da (rischiare di) essere calpestata, eppure a mio avviso così emozionante!

Ma l’opera che ha maggiormente colpito me e Paolo è quella, senza titolo, realizzata da due artisti sudafricani, che sollevando una grossa zolla di terra l’hanno trasformata in una sorta di drago, dalla schiena irta di punte ma dal muso bonario.

Curioso anche il lavoro di artisti francesi, che collegando l’una all’altra varie piante e simulando con rami e terra radici divelte, hanno “creato” un albero che, pur sradicato, continua a crescere.
Nel complesso, un’edizione ricca e, a mio avviso, più coinvolgente di quella svoltasi nel 2008 nel parco del seminario.

Espongo a Sarmede

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Casa delle Nuvole2 In questi giorni si apre a Sarmede la 27  edizione della mostra internazionale di illustrazione per l’infanzia  Le Immagini della Fantasia, e anche quest’anno ci sarà una delle mie illustrazioni! Si tratta di un’immagine ispirata al racconto australiano Il Grande Occhio dello Spavento, parte dell’antologia di fiabe dell’Oceania curata da Luigi Dal Cin.

A lato, una mia illustrazione ispirata ad un’altra fiaba della raccolta, La Casa delle Nuvole.

Espongo al Caffè Martelli di Pordenone

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La Casa delle Nuvole 1 Da ieri, sabato 17 Ottobre alcune mie illustrazioni sono esposte al Caffè Martelli di Pordenone, dove rimarranno fino al 7 Novembre.

Si tratta di 6 illustrazioni ispirate a fiabe diverse, fra cui quella riprodotta qui, tratta da una fiaba dell’Oceania, La Casa delle Nuvole, raccolta da Luigi Dal Cin, che ho realizzato quest’estate durante un corso a Sarmede.

Humus Park

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humusblog29 Aprile, ore 17.45: mi trovo all’Auditorium della regione per la presentazione del libro Humus Park, volume fotografico sull’omonima manifestazione internazionale di Land Art svoltasi l’anno scorso al Parco del Seminario di Pordenone. Nonostante sia ormai l’ora d’inizio, la sala è drammaticamente vuota: complice il tempo pessimo, in platea siamo in 4; vanno aggiunti gli organizzatori, che entrano ed escono pr sistemare gli ultimi dettagli.

Poco a poco, la gente inizia ad affluire: evidentemente tutti contavano sul proverbiale “quarto d’ora accademico”. La metà circa delle poltrone disponibili viene occupata. In compenso, manca ancora uno dei relatori: alle 18.05 il Sindaco ci informa che il prof. Riccardo Caldura, docente di Fenomenologia dell’Arte Contemporanea all’Accademia di Belle Arti di Venezia, si trova su un treno bloccato a Fontanafredda causa maltempo…Le FS non deludono mai.

Mentre mi chiedo: “ma cosa ci faccio io qui?”, la conferenza inizia comunque, con i saluti del sindaco e i ringraziamenti di rito, per fortuna di breve durata.

Prende poi la parola il prof. Guido Cecere, docente di Fotografia all’Accademia di Belle Arti di Venezia e autore delle foto che compongono il volume, realizzate con la collaborazione di 5 allievi (non ancora presenti, in quanto anche loro bloccati sul treno). Incaricato di documentare l’intera operazione, il prof Cecere spiega quali criteri sono stati adottati:

  • innanzitutto, documentare il luogo nel suo stato naturale: come si presenta abitualmente il Parco del Seminario? Nei primi momenti, infatti, gli artisti cercano, innanzitutto, il luogo adatto per la loro opera.

  • Non essere invadenti, e non realizzare fotografie in posa.

  • Lavorare sul dettaglio (molte immagini mostrano mani che intrecciano, misurano, ecc.), ma anche fotografare da lontano quelle opere altrimenti troppo grandi per essere percepite nelle loro interezza e dare una visuale nuova e diversa, che non poteva essere percepita da chi passeggiava nel parco.

  • Mostrare anche i momenti non ufficiali, che testimoniano comunque l’atmosfera che si era venuta a creare.

Prende quindi la parola il prof. Caldura, finalmente sopraggiunto alle ore 18.15, che parla della Land Art (e dell’arte in generale) come di un processo di evidenziazione, che ci permette di osservare aspetti del territorio già presenti, ma per noi “invisibili”. L’artista, attraverso il suo intervento, evidenzia una potenzialità di forma che non vedevamo e di cui non sentivamo nemmeno la mancanza. In questo caso la fotografia, oltre a costituire un’importante documentazione di opere temporanee, destinate dunque a non lasciare altre tracce, è un raddoppiare il segno, il gesto dell’artista, che rafforza il processo citato.

L’intervento conclusivo è quello di Gabriele Meneguzzi e del collega Vincenzo Sponga, coorganizzatori di Humus Park e unici artisti italiani a partecipare alla manifestazione. Meneguzzi commenta con una battuta l’intervento di Caldura,   dichiarandosi incantato da quanto siamo riusciti a fare senza saperlo;  ribadisce quindi brevemente un aspetto della sua poetica: il senso di libertà dato dall’impossibilità di un possesso delle proprie opere.

Alle 18.45 circa il sindaco invita a trasferirci tutti nella sede espositiva. Ma per ragioni di tempo rinvio la mia visita, quindi, questo è tutto, per oggi.


Sofia e Serena: versione italiana

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Per le mamme italiane che volessero raccontare la storia di Sofia e Serena, pubblico la “versione originale” in italiano e dialetto cordenonese (alcune filastrocche in rima…con traduzione, ovviamente!), come me la raccontava il nonno.

C’era una volta una ragazza di nome Serena.
Aveva perso entrambi i genitori e viveva con la matrigna, che il padre aveva sposato in seconde nozze poco prima di morire, e una sorellastra, Sofia. Serena era bella e dolce, ma la matrigna la maltrattava: la costringeva a svolgere da sola la maggior parte delle faccende domestiche.Al contrario, viziava Sofia, la sua brutta figlia, che diventava ogni giorno più arrogante e maleducata.
Una sera d’inverno le tre donne si dimenticarono di alimentare il fuoco del caminetto e lo lasciarono spegnere del tutto; per riaccenderlo, servivano delle braci da ravvivare. Non appena se ne accorse, la matrigna ordinò a Serena:
“Vai dalle gatte e fatti dare delle braci!”
Nella casa accanto abitava, infatti, una famiglia di gatti. Serena bussò alla loro porta.
“Avanti!” Le risposero. La ragazza entrò in un’ampia stanza, illuminata e riscaldata dal fuoco del caminetto. Le gatte erano impegnate a filare la lana. Rivolgendosi loro con molta gentilezza, Serena chiese:

Bielis giatis
cun che bielis satis
che lavorat cussì benon

(belle gatte
con quelle belle zampe
che lavorate così bene)

potreste darmi delle braci per accendere il fuoco, per favore?”
“Dovresti parlare con il gattone: è di sopra, sali pure!” Risposero.

La ragazza trovò il gattone intento a ravvivare il fuoco. Anche con lui fu molto gentile, infatti gli disse:

Biel giaton
cun chel biel saton
che te lavoris cussì benon

(bel gattone
con quella bella zampona
che lavori così bene)

potresti darmi delle braci per accendere il fuoco?”
Il gattone, colpito dalla gentilezza di Serena, raccolse per lei le braci più grosse e, mentre gliele consegnava, disse:
“Quando sarai a metà delle scale, guarda in su!”
La ragazza scese fino al pianerottolo, poi alzò la testa e, dall’alto, il gattone lasciò cadere una stella d’oro che andò a posarsi proprio sulla sua fronte e lì rimase. Quando la vide rincasare con quello splendido gioiello, Sofia si sentì rodere dall’invidia.
“Domani ci andrò io, a chiedere le braci alle gatte, così daranno una stella d’oro anche a me!” Decise.
Ma Sofia non era affatto gentile ed educata come la sorellastra. La sera seguente si recò dalle gatte, entrò senza bussare e si rivolse loro dicendo:

“Brutis giatatis
cun che brutis satatis
che lavorat cussì malamentron

(brutte gattacce
con quelle brutte zampacce
che lavorate così male)

datemi delle braci per accendere il fuoco!”

“Va’ di sopra dal gattone!” Risposero infuriate le bestiole. Con lui, la ragazza fu altrettanto scortese:

Brut giaton
cun chel brut saton
che te lavoris cussì malamentron

(brutto gattone
con quella brutta zampona
che lavori così male)

dammi delle braci per accendere il fuoco!”
Il gattone andò su tutte le furie. Raccolse delle braci dal fuoco, ma prima di darle a Sofia le spense del tutto, buttandoci sopra dell’acqua.

Poi chiamò le gatte che, ancora arrabbiate con la ragazza, la graffiarono dappertutto.
“Quando sarai a metà delle scale, guarda in su!”
La ragazza ubbidì, speranzosa, ma il gattone le rovesciò addosso un vaso da notte pieno di pipì.
Sofia arrivò a casa in lacrime.
“Povera figlia mia, come ti hanno ridotto!” Esclamò la madre e mandò Serena a scaldare l’acqua per prepararle un bel bagno nella stalla che, grazie al fiato della mucca, era la stanza più calda della casa.

Giunse la primavera e quindi il momento di portare la mucca al pascolo. Le ragazze svolgevano questo compito un giorno ciascuna. Una volta, durante il turno di Serena, passò un vecchietto, che le chiese:
“Per favore, potresti togliermi i pidocchi?”
“Mi dispiace, ma non posso perdere d’occhio la mia mucca.”
“Alla mucca posso badare io.” Rispose il vecchio.
Serena acconsentì e iniziò subito a cercare i pidocchi fra i capelli dell’uomo. In realtà il vecchio era Gesù, venuto a metterla alla prova, e la sua stessa presenza fu sufficiente a far stare la mucca tranquilla per tutta la giornata.

L’indomani fu il turno di Sofia. Il vecchietto si ripresentò e chiese anche a lei:
“Per favore, potresti togliermi i pidocchi?”
“Ma non vede che sto lavorando?! Devo badare alla mia mucca, io!” Rispose la ragazza, con la solita maleducazione.
“Alla mucca posso pensare io.” Insistette il vecchio. Ma Sofia lo scacciò dicendo:
“Se ne vada, che i suoi pidocchi mi fanno schifo!”
L’uomo si allontanò, ma la mucca iniziò a correre e a saltare attraverso i prati e non ci fu modo di fermerla. Alla sera si diresse da sola verso il paese, mentre Sofia tentava invano di raggiungerla, e tornò spontaneamente nella stalla, ma non voleva lasciarsi legare. Per calmarla, fu necessario chiamare Serena.

Un giorno, alle due ragazze si presentò un’opportunità straordinaria: il principe del regno cercava moglie e aveva deciso di invitare tutte le giovani donne non ancora sposate ad un grande ballo a corte. In tutto il Paese fervevano i preparativi e anche Sofia e Serena attendevano la festa con impazienza. Finalmente giunse il gran giorno. Sofia era elegantissima, ma il principe non la degnò di uno sguardo; notò invece la bellezza di Serena e, nonostante la presenza di molte ragazze attraenti, ballò con lei per tutta la sera. Se ne era innamorato non appena l’aveva vista e volle fissare subito la data del matrimonio.
La matrigna acconsentì fingendo di esserne felice, ma dentro di sè provava solo rabbia: voleva che fosse sua figlia, non la figliastra, a salire sul trono. Da quel momento, non fece che pensare notte e giorno a come ingannare il principe, finchè le venne un’idea.

La mattina del giorno fissato per le nozze la matrigna chiamò Serena con una scusa e, all’improvviso, la gettò con una spinta nello sgabuzzino e chiuse la porta a chiave. Poi fece indossare a Sofia un vestito da sposa e la coprì di veli, in modo che il suo aspetto si potesse a fatica intravedere attraverso i pizzi ed il tulle. Quando il principe andò a prendere la fidanzata, fu Sofia ad andargli incontro. Mentre la accompagnava alla carrozza, però, il giovane notò qualcosa di strano.
“Ti vedo diversa, stamattina…”
“Forse è perchè sono molto pallida…Sai, stanotte non sono riuscita a chiudere occhio, ero così emozionata!” Rispose Sofia.

Rassicurato, il principe la accompagnò fino alla carrozza, ma all’improvviso sentì una voce che cantava:

“Passera passeruta va’ via dal gno panis!
La fia de me madrigna ‘a va via cul gno nuvis!”

(Passero passerotto va’ via dal mio cibo!
La figlia della mia matrigna va via con il mio fidanzato!)

Era Serena che, rinchiusa nello sgabuzzino, tentava disperatamente di attirare l’attenzione, prima che fosse troppo tardi.
“C’è qualcuno che canta…” Osservò il principe.
“Io non sento niente.” Mentì Sofia. “Partiamo, altrimenti arriveremo in ritardo!”
Ma il principe ormai si era insospettito: tornò in casa, verso la stanza da cui proveniva la voce. Trovò la porta chiusa, ma la buttò giù facilmente con un calcio e potè abbracciare la sua Serena.

Venne celebrato uno splendido matrimonio…

e an fat un pastin e un paston
e a mi che l’hai contada niancia un bocon
e ‘a me an trat un uos ta la schena
c’a è tutta nuot che se remena.

(e hanno fatto un grande pranzo
e a me che l’ho raccontata neanche un boccone
e mi hanno tirato un osso sulla schiena
che è tutta la notte che mi fa male.)